martedì 26 giugno 2012

Giuseppe Uva: Torturato, violentato, ucciso in una caserma di carabinieri





Ne avevamo parlato il 28 dicembre scorso: una brutta storia, che aveva cominciato a circolare cinque giorni prima, il 23. Un’indiscrezione. Le agenzie non la diffondono, ma la notizia è data per certa, sicura. Un ragazzo, Giuseppe Uva, morto all’interno di una caserma dei carabinieri di Varese tre anni fa, prima di morire aveva subito violenze e torture anche di carattere sessuale. Lo si ricava dai reperti, è la conferma di quanto famiglia e amici sospettano, e per questo chiedono che su quella brutta storia si faccia luce, e invece si è fa di tutto per affossarla.
E’ il 23 dicembre, quando la notizia comincia a circolare. Anche noi, prudentemente, in attesa di conferme e riscontri, ci limitiamo a parlarne nei nostri forum di discussione. Arriva il 24. L’indiscrezione è confermata. La brutta storia diventa orribile. Ma il 25 è Natale, i giornali non escono; e non escono neppure il 26. Il 27 dicembre i giornali sono in edicola. Di questa orribile storia non una riga.
Il professor Adriano Tagliabracci dell’università di Ancona incaricato della perizia, scrive: “Sui jeans tracce ematiche e salivari di Uva. Materiale biologico non identificato diverso dal sangue, sperma e urine appartenenti a Giuseppe. In regione sacroperineale paramediana destra, oltre a sangue sono presenti cellule pavimentose con nucleo che possono essere derivate dalla regione anale o dalle basse vie urinarie. Il materiale risulta appartenere a Uva. Sui jeans tracce bio di altri soggetti in alcuni casi misto a quello di Uva”.
La storia, come ho detto, è una brutta storia, una storia orribile. Cos’è accaduto, in quella caserma dei carabinieri di Varese? La sorella Lucia racconta i terribili minuti di quando le viene mostrato il corpo di Giuseppe: “…Su tutto il fianco era blu, quei segni erano lividi. Poi vedo il pannolone. E mi chiedo: perché aveva il pannolone? Mia sorella prende il sacchetto in cui c’erano i pantaloni e li guardiamo. Erano pieni di sangue sul cavallo. Gli slip non c’erano. Gli ho tolto il pannolone e ho visto il sangue. Gli sposto il pene e vedo che aveva tutti i testicoli viola e una striscia di sangue che gli usciva dall’ano. Da quel momento ho giurato che avrei fatto tutto il possibile per arrivare alla verità sulla sua morte, un simile scempio non può restare impunito”.
Nessuno parla. Varese è la città vetrina dell’allora ministro leghista Roberto Maroni. Quando a Palermo Salvatore Marino, un mafioso o presunto tale, venne torturato e massacrato, all’indomani del delitto del commissario Beppe Montana, l’allora ministro dell’Interno Scalfaro letteralmente azzerò la pur valorosa squadra mobile palermitana; e fece benissimo, perché non è tollerabile che una persona, foss’anche mafiosa, venga torturata e uccisa in questura. Sempre se non si ricorda male solo un politico volò a Palermo al funerale di Marino: Marco Pannella. A Varese, la sua città, il ministro dell’Interno leghista Maroni non ha fiatato, non ha mosso un dito.
E ora si apprende che nel corso del processo sulla morte di Uva, il perito del tribunale ha detto che le evidenze scientifiche mostrano inequivocabilmente che il sangue presente sui pantaloni indossati da Uva "è di origine anale". E allora ha ragione il presidente di “A buon diritto” Luigi Manconi, a chiedere: "cos’è accaduto nella caserma durante quelle lunghe ore quando, secondo un testimone oculare, si sentivano “le urla strazianti” di Uva? Come è stato possibile che per quasi quattro anni l’indagine della Procura non abbia portato ad alcun risultato e abbia ignorato testimonianze e prove che avrebbero potuto consentire l’accertamento della verità?".

di VALTER VECELLIO - 07 Marzo 2012:


domenica 24 giugno 2012

Londra e la Scheggia di cristallo: Il grattacielo senza parcheggi progettato da Renzo Piano




Una scelta che dovremmo capire anche in Italia; l' architetto «Più posti costruisci, più macchine arrivano. Le città crescano al loro interno con nuovi comportamenti dei cittadini»


di Enzo della Croce - 25 Giugno 2012


Solo 42 posti macchina, la metà dei quali per i portatori di handicap: è forse questa (al di la della trasformazione dello skyline urbano) la rivoluzione eccellente prodotta dalla Scheggia di Cristallo, the Shard of Glass, il nuovo grattacielo che Renzo Piano ha firmato a Londra, ottantasette piani per 310 metri di altezza che crescono al ritmo di 30 centimetri all' ora e che saranno pronti nel 2012. Ma l' architetto genovese, attualmente impegnato nella creazione dei primi tre edifici del nuovo campus della Columbia University e nella nuova Biblioteca di Atene, non sembra stupito più di tanto di questa apparente limitazione: «Fin dall' inizio, anche grazie all' insistenza dell' allora sindaco della città, Ken Livingstone il "Rosso", non abbiamo voluto parcheggi - dice -. Anche perché più se ne costruiscono, più macchine arrivano. A Londra l' hanno capito, forse bisognerebbe che cominciassimo a capirlo anche in Italia». D' altra parte persino nell' appena concluso (coloratissimo) complesso di St. Giles, dalle parti di Oxford Street, Piano ha ridotto al minimo il numero dei posti auto: una ventina non di più. Nella Londra dei multimiliardari (dal magnate dell' acciaio Lakshmi Mittel al Sultano del Brunei, dal tycoon russo Leonid Blavatnik a Mark Owen dei redivivi Take That) l' ultima moda è quella della megacasa underground: quattro, cinque piani sotterranei ed extralusso rigorosamente underground. Ma, in fondo, altro non è che l' ennesima (costosa) stravaganza. Da tempo la città sembra aver invece preferito la ricetta proposta da Piano con la sua Shard: «È stato scelto un brown field, un' area industriale, da far rivivere. Stavolta è toccato ad una stazione dismessa, la London Bridge Station, che, spiega Piano, «poteva oltretutto contare su un incrocio di ben quattro mezzi di trasporto: sei linee ferroviarie, tre metro, sedici di bus più i taxi». Così è stato quasi inevitabile «togliere i parcheggi» (quelli rimasti saranno silos di quattro strettissimi piani interrati) e annullare l' idea stessa di sosta «a lungo termine». E i residenti? «Utilizzano altri parking, tutti comunque raggiungibili in pochi passi». Le cifre della Scheggia (a cui il Financial Times ha dedicato ieri una intera pagina) sono eccezionali: un progetto della Sellar Property per la bonifica dell' intera area da 2 miliardi di sterline (400 milioni solo di costruzione); oltre 300mila metri quadrati abitabili; 56mila metri quadrati di vetro divisi per 11mila pannelli; 11.836 tonnellate di acciaio; 65.000 metri cubi di terra spostati, 52.000 metri cubi di cemento, 900 operai impiegati, 18 mila persone che ogni giorno utilizzeranno i 44 ascensori a disposizione. Ma quello che interessa Piano sembra essere altro: «La qualità principale di questo grattacielo è il suo mix funzionale». Con una grossa parte dedicata agli uffici (dal secondo al ventottesimo piano) ma anche un hotel (lo Shangri-La), appartamenti (dal 53 al 65esimo piano) e una serie di gallerie per «turisti» da cui si potrà godere la vista su Londra dal più alto grattacielo di Londra e dell' Europa Unita. D' altra parte al creatore del Centre Pompidou questa definizione di grattacielo non piace nemmeno poi tanto o almeno nella sua accezione più comune: «di solito si pensa immediatamente a qualcosa di freddo, di antipatico, di imposto e di malvisto dai cittadini». Appunto per questo ha scelto la via della multifunzionalità mettendo insieme appunto coletti bianchi, residenti e semplici visitatori. E poco importa in fondo che, ad esempio, la gru più alta attualmente impiegata nella costruzione misuri 255 metri o che ci siano oltre 900 telecamere attive 24 ore su 24. Molto più importante, almeno per Piano, che la Shard serva da modello per altre metropoli, italiane comprese: «Non è più possibile allargarsi a macchia d' olio, le città devono imparare a crescere al loro interno e imporre nuovi comportamenti ai propri cittadini». È l' idea della greenbelt, la «cintura urbana che non si allarga ma che si restringe». Proprio come i parcheggi della Scheggia.

Vasto: Un Parcheggio Fotovoltaico



di Enzo della Croce - 25 Giugno 2012

E’ stato inaugurato a Vasto un parcheggio fotovoltaico “ Energyparking”, realizzato in via dei Conte Ricci dalla società “ Theorema” costruttrice di un complesso  residenziale nella zona del PalaBCC.
Mentre Renzo Piano progetta grattacieli senza parcheggio appunto per scoraggiare l’utilizzo del veicolo privato (parliamo dello Shard of glass di Londra): «La scelta è stata chiara: più parcheggi si fanno e più macchine arrivano. Invece bisogna scoraggiare l’uso dell’automobile in città, e incentivare le alternative come i mezzi pubblici, la bicicletta e le belle passeggiate. A Londra lo hanno capito, speriamo che adesso inizino a capirlo anche in Italia».
Vasto, invece, in Italia, si dota di 152 nuovi posti auto, a fronte di un investimento di 2.500.000 euro. Almeno si tratta di un parcheggio fotovoltaico, chiamato, per l’appunto,Energyparking, un impianto con una potenza di circa 400 kilowatt.Il sindaco: «Un passo verso il futuro perché investire su fonti energetiche pulite significa investire per il domani, per un corretto sviluppo che non incida sul consumo irreversibile di risorse naturali; una struttura – ha detto il sindaco – che integra  nel migliore dei modi un sistema di parco urbano verde,  di produzione energetica da fonti rinnovabili ed un sistema  di ricarica di veicoli elettrici per la mobilità alternativa. ».
L’impianto è stato realizzato secondo la formula del project financing: l’amministrazione comunale sarà proprietaria del parcheggio per i prossimi vent’anni. L’energia elettrica prodotta dalla copertura dei pannelli fotovoltaici sarà venduta con i ricavi di cui beneficeranno i privati.
Una buona iniziativa rinnovabile, in una città come Vasto, che già da diverso tempo ha promosso trasporto pubblico ecologico grazie a una linea verde, che si serve di piccoli bus elettrici.

Il Dalai Lama è pagato dalla CIA fin dagli anni '60

sette domande e risposte sul leader dei tibetani in esilio, pubblicato dal sito ufficiale del governo tibetano, www.tibet.cn, poi ripreso anche dall’agenzia Nuova Cina. Il leader tibetano viene accusato di voler costruire una sorta di nuovo muro di Berlino, basato "sulla segregazione etnica". 







sabato 23 giugno 2012

Unicef, in Guinea bambini costretti a lavorare 14 ore al giorno per 10 dollari


Vengono dai quartieri degradati di Nigeria, Benin, Camerun e Gabon, dove per una manciati di dollari i genitori li vendono per essere arruolati nelle raffinerie di petrolio. Intanto, il presidente della Guinea Equatoriale, Obiang, regala milioni ai giocatori della nazionale di calcio. L'Unicef: «Si abusa dell'indigenza dei Paesi confinanti»



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MALABO – Mani piccine sporche di petrolio. Il vergognoso arruolamento di bambini nelle raffinerie della Guinea Equatoriale è solo l’ultimo, in ordine di tempo, brutto affare, che vede coinvolto l’establishment politico di un paese che viaggia a due velocità. La forbice si allarga tra i nuovi ricchi e i soliti poveri. Solo che questa volta le brame cleptocratiche di un dittatore passano in secondo piano di fronte a 
un vero e proprio delitto perpetrato ai danni dell’infanzia.

Eppure il presidente della Guinea Equatoriale, il 70enne Teodoro Obiang, sembra un uomo affabile, accusato di sorridere sempre, persino nelle situazioni in cui il sorriso appare meno raccomandabile. Nelle ultime apparizioni pubbliche ha però il ciglio aggrottato e si è rivestito della serietà richiesta dalla sua carica soprattutto da quando la rivista Forbes l’ha collocato all’ottavo posto nella classifica dei dittatori più ricchi al mondo (con un patrimonio di 600 milioni di dollari).

La storia della tratta dei minori, impiegati nelle raffinerie di petrolio con un salario da fame, rischia di mandare in frantumi il suo sogno di diventare una sorta di novello imperatore d’Africa, sulle orme del pazzoide Bokassa ai tempi della Repubblica Centrafricana degli sfarzi (assecondati da Giscard d’Estaing).

La Coppa d’Africa di calcio, ospitata lo scorso gennaio, era stata l’occasione d’oro per rafforzare la leadership a livello internazionale, allontanando dall’immaginario collettivo una Guinea post-golpista, identificata come trappola senza testimoni e popolata da gente sovente in ostaggio di polizia ed esercito corrotti. Il torneo era diventato la vetrina per mostrare al mondo le città di Bata e Malabo tirate a lucido e nell’atto di scimmiottare certe capitali arabe, Dubai su tutte, dall’inconfondibile stile eccessivo. Potenza appunto del denaro e del petrolio, a fiumi, che sta trasformando l’ex colonia spagnola nello stato con la miglior crescita economica d’Africa dopo il Ghana. Una nazione che è solo qualcosa in più di un puntino sulle cartine geografiche, grande quanto la Lombardia e popolata da 900mila abitanti (come Torino).

Obiang vuole guadagnare, intascando parte dei proventi dell’estrazione dell’oro nero, tagliando sui costi della manodopera. Ma se ai tempi della Coppa d’Africa stadi, alberghi e infrastrutture, vennero edificati grazie a un accordo con la Cina che “prestò” alla Guinea i suoi operai (di fatto i prigionieri dei laogai condannati in patria ai lavori forzati), nelle raffinerie di petrolio ci lavorano i bambini. Non certo quelli della Guinea Equatoriale, ma un piccolo esercito di disperati, venduti dai genitori per una manciata di dollari nei quartieri degradati di Nigeria, Benin, Camerun e Gabon.

La denuncia arriva dall’Unicef ed è stata raccolta dalle opposizioni guineane che hanno lanciato il grido d’allarme. A parlare è Celesto Bonifacio Bacale, leader del partito Democrazia Sociale. «Sono scandalizzato, ma per nulla stupito, da quest’ultima vicenda. Il denaro è nelle mani di un’oligarchia che lo utilizza in maniera scriteriata, abusando persino dell’infanzia e dell’indigenza dei paesi confinanti». In un rapporto redatto da Democrazia Sociale si parla di centinaia di bambini costretti a lavorare anche 14 ore al giorno per una paga mensile che non supera i 10 dollari.

Obiang non è nuovo ad atteggiamenti che generano scandalo in patria e all’estero. L’ex generale, formatosi all’accademia militare di Saragozza, staccò lo scorso gennaio un assegno da un milione di dollari per consegnarlo al capitano della nazionale di calcio, Juvenal Edjogo, dopo la vittoria sulla Libia. In Guinea un impiegato guadagna mediamente l’equivalente di 90 dollari al mese e una cameriera non più di 40. A dire il vero gli assegni erano tre: gli altri due, da 20mila dollari ciascuno, andarono a Javier Balboa, l’autore del gol alla Libia, e a Ivan Bolado, la cui rete era stata invece annullata per fuorigioco. Una follia dopo l’altra, che Obiang condivide con il figlio Teodorin, sul cui capo pende un ordine internazionale di cattura per riciclaggio di denaro e di acquisto, con mezzi fraudolenti, di proprietà immobiliari in territorio francese. Se dovesse davvero essere lui “l’erede al trono”, per la Guinea Equatoriale diventerebbe davvero difficile delineare un’alba da nuovo giorno.



La Marijuana, i suoi effetti e i suoi molteplici usi

Come agisce sul nostro sistema nervoso, la lotta alla liberalizzazione e le varie tipologie d'incrocio.




La Cannabis sativa regina smeraldina dalle nove punte, che la si chiami Canapa, Ganja, Marijuana, Mary Jane o, più comunemente  tra gli italiani, Maria, è l’unica donna i cui fiori ti fanno letteralmente perdere la testa! Era conosciuta dagli antichi per i suoi innumerevoli usi come carta pregiata, concime naturale e per la realizzazione di tessuti di vario genere ed inoltre alcune parti della pianta venivano usate per fabbricare cosmetici, creme e saponi. Infine, se foglie e fusto potevano essere usati per gli usi suddetti, le inflorescenze della pianta venivano piuttosto utilizzate come medicinali e la resina, ricavata dai fiori e resa di consistenza cremosa, ovvero l’hashish, era usata per scopi meditativi anche dai Sadhu indiani e da molti monaci buddhisti in Nepal. Dopo il 1937  però, da quando ne fu sancita la proibizione con il Marijuana Tax Act,  ne viene divulgato ed evidenziato purtroppo solo l’uso forse meno utile, ovvero quello di sostanza stupefacente.

Meccanismo ed effetti

Ma perché tante resistenze al suo utilizzo? È un pensiero comune tra la gente che ciò che è la stessa natura a produrre non può certo essere tanto dannoso ma non è assolutamente un’affermazione corretta. La marijuana, o meglio i fiori femminili delle piante di Cannabis indica, contengono più di 400 sostanze di cui 66 formano la classe dei cannabinoidi, i cui più abbondanti rappresentanti sono il cannabinolo, il cannabidiolo e vari tetraidrocannabinoli. Tra questi  il THC o delta nove tetraidrocannabinolo è il principale responsabile della maggior parte degli effetti psicoattivi della marijuana. In cosa consiste e perché queste sostanze hanno effetto psicoattivo? È semplice! Nel nostro organismo esistono già sostanze del genere dette appunto endocannabinoidi e sebbene la loro scoperta sia alquanto recente, infatti furono individuati solo nel 1992,  è oggi chiaro il meccanismo interno di queste sostanze. Gli endocannabinoidi come l’anamdamide e il 2 arachidonilglicerolo,  agiscono su cellule del sistema nervoso inibendo il rilascio di altre sostanze come GABA e glutammato e regolando in tal modo vari meccanismi del nostro organismo. Ora tutto ciò è finemente programmato ed anche  il rilascio di queste sostanze è in equilibrio in base alle necessità e richieste del nostro corpo, ma se  assumiamo cannabinoidi dall’esterno aumentano  le concentrazioni nel nostro organismo di queste sostanze. Questo non fa altro che rompere quell’equilibrio e  dare i comuni effetti della cannabis. Ovviamente quanto maggiori saranno le dosi che prendiamo dall’esterno tanto maggiori saranno le concentrazioni nel nostro corpo e di conseguenza gli effetti che ne risulteranno.


Ecco allora che ne possiamo comprendere il meccanismo d'azione e gli effetti. I cannabinoidi diminuiscono la sensazione di dolore, inducono sonnolenza, aumentano il battito cardiaco e la sensazione di appetito ( la cosidetta “fame chimica”), hanno azione sedativa, inducono rilassamento muscolare e diminuiscono la reattività fisica e mentale aumentando la  difficoltà d’apprendimento. Tutto questo spiega la sensazione di benessere che abbiamo subito dopo un tiro di canna e il motivo per cui molti, soprattutto tra gli adolescenti, sono incuriositi nel provarla. Ciò non sarebbe un problema se fosse legato ad una sola esperienza o all’uso di dosi minime. Ma i cannabinoidi sono dei veri e propri farmaci e se assunti in elevate dosi, come tutti i farmaci, possono generare effetti tossici. Ma la difficoltà maggiore non è solo il dosaggio, quanto la dipendenza. La marijuana è insieme alla nicotina e all’alcol una sostanza d’abuso. Come ben sappiamo  purtroppo queste sostanze generano assuefazione e una percentuale di circa il 10% di consumatori di cannabis ne diventa presto dipendente procurando una ben identificata sindrome astinenziale quando si sospende l’uso della sostanza. La dipendenza, fenomeno questo variabile da individuo ad individuo legata al soggetto e alla sua genetica, non fa altro che aumentare col tempo  la percentuale di cannabinoidi nel nostro organismo fino a portare ad un aggravamento continuo e  cronico di quelli che possono essere gli effetti della marijuana.

Uso terapeutico

Se le cose stanno così dunque risulta normale pensare che non vi siano effetti positivi o terapeutici  nel suo utilizzo, in realtà però la marijuana sembra essere uno dei pochi farmaci che è in grado di curare i sintomi di molte malattie degenerative quali AIDS,cancro e sclerosi multipla. Abbiamo detto infatti che la marijuana aumenta il senso di appetenza ed è proprio questo l’uso che se ne fa nei soggetti con deperimento da AIDS, infatti in questi malati diminuisce il senso dell’appetito  e il THC sembra aumentarlo  e in alcuni casi rendere meno grave il deperimento del paziente. Abbiamo inoltre ricordato che riduce il dolore e induce rilassamento muscolare e sonnolenza, effetti positivi nella cura dei sintomi della sclerosi multipla quali la spasticità, il dolore neuropatico e la riduzione del sonno. È poi un’antiemetico, ovvero riduce la nausea e il vomito e quindi è spesso utilizzato per curare gli effetti collaterali delle chemioterapie. Infine recenti studi indicano anche che i cannabinoidi presentano effetti antiproliferativi dose dipendenti in alcune linee cellulari tumorali. Questi sono effetti davvero importanti se si considera l’aiuto e il sollievo che possono apportare in pazienti affetti da tali patologie, soprattutto se ne viene controllata la dose giornaliera in modo da ridurre al minimo la dipendenza, e soprattutto se si limitano al minimo anche i danni del fumo cercando di usare vaporizzatori.

Legalizzazione


Ed è anche questo uno dei motivi per cui si spinge affinché vi sia la liberalizzazione della marijuana. Attualmente infatti molti sono i paesi che ne hanno permesso l’uso a fini terapeutici o personali come il Canada, il Lussemburgo, i Paesi Bassi, la Germania, la Repubblica Ceca, il Portogallo, il Camerun e l’Argentina ma ognuno con regolamenti ben precisi che ne regolino la compravendita, l’uso e  la dose massima consentita e inoltre come ben sappiamo dal mese scorso  anche in Toscana ne è consentito l’uso come medicinale. Ad oggi la marijuana non è ancora legale in moltissimi paesi e si lotta affinché  possa essere legalizzata.
da  http://www.fanpage.it/la-marijuana-i-suoi-effetti-e-i-suoi-molteplici-usi/ 

venerdì 22 giugno 2012

C'È IL VATICANO DIETRO IL PIÙ GROSSO PRODUTTORE D'ARMI ITALIANO



Proprio la banca vaticana figura come secondo maggior azionista del gruppo Beretta Holding SpA



Proprio la banca vaticana figura come secondo maggior azionista del gruppo Beretta Holding SpA
Tutti ricordiamo gli interventi di Papa Wojtyla prima e poi di Papa Ratzinger contro le guerre che insanguinano questo mondo. Per non parlare del sesto comandamento che dichiara solennemente "non uccidere".
E però non sempre le attività collaterali sembrano in linea con le dichiarazioni di principio...

Pochi sanno infatti che la FABBRICA D'ARMI PIETRO BERETTA spa ( tra le più grandi industrie di armi al mondo ) è controllata dal gruppo Beretta Holding SpA e il maggior azionista del gruppo Beretta Holding SpA, dopo Ugo Gussalli Beretta, è clamorosamente lo IOR (L'Istituto per le Opere di Religione) la banca del Vaticano!
Creato nel 1942 da Papa Pio XII, lo IOR è stato troppo spesso al centro di scandali e trame segrete. A partire dal tragico caso Calvi (presidente del Banco Ambrosiano di cui lo IOR era il principale azionista) che coinvolse nel Crac finanziario anche il potentissimo presidente della banca vaticana Paul Marcinkus (Calvi fini impiccato, forse suicida, sotto un ponte di Londra). 

Per passare dalla mega-tangente Enimont, definita "la madre di tutte le tangenti", i cui proventi transitarono in gran parte nelle casse Vaticane. Per finire con le storie di questi giorni e il rischio di essere inclusi nella black-list europea sul riciclaggio di denaro... Il Cardinale Bertone, infatti, ha appena annacquato di nuovo i regolamenti di controllo che dovevano convincere la Commissione Europea sull'affidabilità e la trasparenza della finanza vaticana.

Non sarebbe il caso di ricondurre la Banca Vaticana a un ruolo coerente con la missione dell'istituzione di cui è il braccio economico!? Cosa ne penserebbe Gesù Cristo? Io ricordo un certo discorso sul cacciare i mercanti dal tempio..


Il giusto processo e la sua durata ragionevole


di Sabino Brizzi - 22 Giugno 2012


Il giusto processo e la  
sua durata ragionevoleNella genesi dell’uomo ogni conflitto finiva per essere risolto attraverso l’uso della forza che il più forte esercitava sul più debole, la soluzione si conseguiva, pertanto, attraverso un atto di forza. Ad un certo punto della storia alla ragione della forza si sostituisce la forza della ragione e da quel momento in poi fu possibile il “dialogo” che ha consentito l’operare dei mezzi autocompositivi.
Laddove l’autocomposizione non fosse possibile, alle parti restava soltanto il processo giudiziario davanti ad un’autorità, si generò in tal modo un disegno di giudizio che andò a sostituire l’uso della forza bruta, è il momento in cui nasce il processo, inteso come metodologia di soluzione dei conflitti tra i cittadini. Concetto che nei secoli si è affinato fino a giungere agli odierni modelli in vigore, il sistema accusatorio nel processo penale e il sistema dispositivo nel processo civile.

Per i cittadini è fondamentale un giusto processo che consenta il riconoscimento dei propri diritti.
La legge Cost. n. 2 del 23.11.1999, all’art. 1 introduce un moderno principio del “giusto processo” che prevede una durata ragionevole del processo (art. 111, c. 2, cost.), ma a distanza di tredici anni dall’introduzione della norma, in Italia si fanno ancora i conti con un processo che dura moltissimo, ne deriva la totale instabilità dei diritti delle parti obbligate a scontrarsi con tempi lunghissimi.
Nonostante la condanna dello stato Italiano da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ad oggi non si è giunti ad una soluzione adeguata. Si assiste, inoltre, ad azioni di risarcimento dei danni da parte dei cittadini nei confronti dello stato italiano per la violazione del termine di durata ragionevole del processo (L. n. 89/2001 o c.d. legge Pinto).

Il Ministro Severino, del resto, ha dichiarato a dicembre 2011 che: "Si faranno le riforme più urgenti: (….) il completamento della riforma della giustizia civile per dare dei tempi più adeguati all'ottenimento delle risposte (….)”.
Il Consiglio dei Ministri, invece, all’esito della riunione di venerdì 15 giugno scorso, ha reso noti i contenuti del pacchetto di misure urgenti e strutturali, meglio note come “Decreto Sviluppo”, tra le quali emerge che in ordine al procedimento di indennizzo per la violazione del termine di durata ragionevole del processo (L. 89/2011 o c.d. legge Pinto), sono stati previsti indennizzi predeterminati e calmierati. I termini sono stati fissati in 6 anni complessivi, di cui 3 per il primo grado, 2 per l'appello e 1 per la cassazione. 
Il Consiglio dei Ministri va a sconfessare ciò che il Ministro Severino ha dichiarato a dicembre; in sostanza i costi dello stato rispetto alle responsabilità dei lunghi processi potrebbero essere ridotti nonostante la costituzione ne garantisca il diritto.

Forse bisognerebbe guardare il problema da un‘altra prospettiva introducendo dei tempi limite per la decisione dei magistrati (i quali hanno la direzione e il controllo del processo) e concentrando il processo civile (effettivamente per via telematica) negli atti introduttivi e comunque negli scritti e limitando le udienze solo per il compimento delle formalità istruttorie - infatti alcune udienze di fatto risultano inutili (udienza di trattazione e di precisazione delle conclusioni).
E’ giunto il momento, quindi, di pensare ad una riforma organica del processo civile al fine di garantire ai cittadini dei tempi ragionevoli per un giusto processo.

giovedì 21 giugno 2012

MORTE ALDROVANDI: la Cassazione conferma condanne a poliziotti

La Cassazione ha rigettato i ricorsi degli agenti Enzo Pontani, Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri, contro la sentenza con cui la Corte d'Appello di Bologna li aveva condannati a 3 anni e mezzo di reclusione


di Enzo della Croce - 21 Giugno 2012





Federico Aldrovandi
La Cassazione ha confermato la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione per i quattro poliziotti accusati dell'omicidio colposo dello studente Federico Aldrovandi. Rigettati i ricorsi degli agenti Monica Segatto, Enzo Pontani, Paolo Forlani e Luca Pollastri contro la sentenza della Corte d'Appello di Bologna. "E' un'aria di giustizia che vorrei si respirasse in tutti i tribunali", ha commentato Lino, il padre del giovane.

La Cassazione, dopo circa quattro ore di camera di consiglio, ha riconosciuto l'eccesso colposo da parte dei poliziotti nell'adempimento del loro dovere. Anche in primo grado il tribunale di Ferrara aveva emesso la stessa sentenza di condanna. La Procura della Suprema Corte aveva chiesto la conferma delle condanne definendo gli agenti "schegge impazzite".

I poliziotti non rischiano il carcere visto che tre anni sono coperti dall'indulto, tuttavia a condanna definitiva scatteranno i provvedimenti disciplinari.

La drammatica vicenda ha al centro lo studente 18enne, Federico Aldrovandi, ucciso la sera del 25 settembre del 2005 per i colpi ricevuti dai 4 poliziotti chiamati da una donna che aveva visto il giovane in stato di agitazione in via Ippodromo a Ferrara. Il giovane morì verso le sei del mattino, quando era già ammanettato.

Il padre: "Finalmente giustizia"
"In aula ho respirato aria di giustizia, vorrei che questo accadesse in tutti i tribunali". Queste le prime parole di Lino Aldrovandi, il papà di Federico, dopo la sentenza definitiva di condanna. Aldrovandi ha poi ricordato i casi di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, simili a quelli di Federico, ed ha auspicato che "anche i loro parenti possano un giorno, non lontano, respirare quest'aria di giustizia".

mercoledì 13 giugno 2012

4 anni fa, il "presunto" suicidio in carcere di Niki Aprile Gatti


Ornella Gemini, mamma di Niki, aspetta ancora di conoscere la verità continuando a chiedere giustizia per il proprio figlio



Niki Aprile Gatti 



di Enzo della Croce - 13 Giugno 2012



Niki Aprile Gatti muore nel carcere di Sollicciano il 24 giugno 2008, apparentemente per un suicidio inspiegabile, in cui le indagini paiono mostrare l'impossibilità di tale spiegazione. E dopo averlo dimostrato, la Procura di Firenze chiude le indagini archiviandole come un suicidio. E' l'ennesimo caso che coinvolge il tristemente noto carcere di Sollicciano.


Ornella Gemini, mamma di Niki
E' stato il più grande scandalo economico e politico degli ultimi tempi. Lavicenda Telecom Sparkle-Fastweb si è configurata da subito come una truffa dal respiro internazionale costruita attorno alle regole degli inganni e degli insabbiamenti di un tempo, viva espressione di questa imperitura liaison dangereuse che unisce in una sorta di gioco perverso mafia (le 'ndrine di Isola Capo Rizzuto), politica (l'ex senatore del PDL Nicola Paolo Di Girolamo),compagnie telefoniche internazionali (Telecom e Fastweb), neofascisti legati all'alta finanza e alla criminalità organizzata (Gennaro Mokbel), ufficiali delle forze dell'ordine (Polizia di Stato e Guardia di Finanza) e alcuni commercialisti di fiducia.

Una storia di alta criminalità stile anni '70 catapultata con forza ai giorni nostri.

L'articolato puzzle internazionale ruota attorno ad una serie innumerevole di giganteschi flussi di denaro che appaiono e scompaiono tra San Marino e Londra, Hong Kong e Isole Cayman, per poi affluire come un torrente in piena in conti ben coperti nelle filiali degli istituti di credito italiani.
E' proprio l'asse San Marino-Londra a spuntare in occasione di altre truffe telefoniche italo-europee: Phuncards-Broker, Eutelia e l'inchiesta Premium.
Ed è in quest'ultima che entra con un ruolo da "protagonista involontario" Niki Aprile Gatti, ragazzo di appena 26 anni, programmatore per una delle aziende incriminate (la Oscorp SpA), trovato morto nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano (FI) dopo appena 4 giorni dal suo arresto.

Apparentemente è il più classico dei suicidi: Niki viene trovato impiccato ad una corda costruita con strisce di jeans e lacci di scarpe nel bagno della cella numero 10, IV sezione. Ma solo apparentemente, perché troppe cose lasciano pensare ad una mano estranea responsabile di una vita spezzata nel fiore degli anni. Una mano senza nome, ma che trasforma un ragazzo suicida in un ragazzo "suicidato".

Oggi, con la decisione del GIP del Tribunale di Firenze di archiviare l'indagine sulla sua morte (nonostante la dura opposizione di sua madre, Ornella Gemini, spesso definita "madre-coraggio" per la straordinaria tenacia dimostrata durante questa durissima battaglia), Niki Aprile Gatti torna ad essere a tutti gli effetti, ma contro ogni logica, un "suicida".



Il 19 giugno del 2008 Niki riceve la telefonata della madre del titolare/socio dell'azienda per cui lavora: lo informa che il figlio è stato arrestato e lo invita a recarsi dall'avvocato aziendale, Franco Marcolini, per avere spiegazioni.
Niki non ha ragioni per temere nulla e si reca dal legale dell'azienda. All'uscita, ore 14:30, viene tratto in arresto. L'accusa: frode informatica.

Non viene trasferito al carcere di Rimini così come avviene per gli altri 17 arrestati, ma, solo fra tutti, presso quello di massima sicurezza di Sollicciano. A differenza degli altri imputati non si avvale della facoltà di non rispondere. A domanda risponde. E cerca di aiutare i magistrati nella ricerca di possibili informazioni.
Al termine dell'interrogatorio di garanzia Niki è l'unico tra gli indagati ad aver collaborato. Ed è anche l'unico al quale viene confermata la custodia cautelare in carcere; per i "silenziosi" scatta invece il privilegio degli arresti domiciliari.

E' il 23 giugno. Poche ore più tardi, nella mattinata di martedì 24 giugno 2008 Niki viene trovato morto dai suoi compagni di stanza.
E' un suicidio. E' questo ciò che affermano le autorità inquirenti sin dai primi istanti. E' questo ciò che ha certificato ieri il GIP di Firenze. Lasciando decine di dubbi e questioni fondanti irrisolti.

Resta senza motivazioni la scelta di condurre un incensurato di 26 anni accusato di un reato lieve (frode informatica), solo tra tutti gli altri arrestati, in un carcere di massima sicurezza.
Non si hanno chiare spiegazioni sul perché alla madre di Niki, Ornella, fu riferito della sua detenzione presso il carcere di Rimini (nel quale, invece, Niki non mise in realtà mai piede).
Si conclude con un punto interrogativo la presunta telefonata di rito che Niki avrebbe fatto a sua madre dal carcere ma che in realtà non venne mai ricevuta.
Non si comprende sulla base di quali informazioni le agenzie di stampa uscite immediatamente dopo gli arresti definivano Niki Aprile Gatti titolare della Oscorp (come a volerne accentuare la presunta colpevolezza), quando in realtà questideteneva appena il 9% del pacchetto azionario.
Rappresenta una profonda anomalia la scelta di Niki di recarsi presso l'avvocato dell'azienda, incontrando l'inevitabile arresto, anziché fuggire come avrebbe fatto chiunque sapesse di essere colpevole di qualcosa.
La procura di Firenze non spiega come sia stato possibile che alle ore 20:58 del 20 giugno venisse recapitato a Niki (che allora si trovava in carcere) un telegramma proveniente dalla sua stessa abitazione (che per logica avrebbe dovuto essere sotto sequestro) che gli ordinava di nominare un nuovo avvocato.
30 giorni dopo l'arresto, il marito di Ornella trovava l'appartamento di Niki a San Marino completamente svaligiato. La Procura di San Marino dopo diversi mesi archivia la denuncia di furto attribuendo ogni responsabilità dell'espoliazione all'ex ragazza di Niki. Eppure non si hanno tracce del pc di Niki, così come non emergono ragioni valide a dimostrare come la polizia abbia potuto permettere un furto nella casa di un ragazzo indagato per truffa e successivamente ritrovato morto.
In seguito anche la sede della Oscorp SpA venne ritrovata dal commissario liquidatore privata di ogni bene. La sua denuncia viene archiviata come la precedente sulla base di 2 fatture che dimostrerebbero la vendita di tutti i beni dell'azienda. Eppure tali fatture risultano emesse prima del 18 giugno, data in cuiNiki era ancora regolarmente a lavoro con il suo pc e con tutti i beni ancora in possesso dell'azienda.
Il verbale del carcere attesta un sereno dialogo tra Niki ed un agente (non meglio identificato) alle ore 10 del 24 giugno, stessa ora e data in cui la perizia data la morte di Niki.

Continua a destare sospetti di non poco conto il fatto che la morte sia avvenuta durante o subito dopo l'ora d'aria in cui c'è piena libertà di movimento nel carcere. Così come li desta la misteriosa sparizione della prima richiesta di opposizione all'archiviazione presentata da Ornella Gemini, madre di Niki Aprile Gatti.
Le testimonianze dei suoi due compagni di stanza, fondamentali nel confermare il suicidio, non collimano.
Restano al loro posto, come macigni abbandonati, le testimonianze dei tanti che hanno visto Niki negli ultimi giorni di vita in carcere che ne attestano la totaleserenità di spirito e la sua decisione di collaborare liberamente con gli inquirenti.
Non trova risposta il dubbio sul fatto che lacci di scarpe e strisce di tessuto jeans possano sorreggere il peso di un uomo di 92 chilogrammi, così come non trova spiegazione la presenza di lacci di scarpe in un carcere di massima sicurezza o la capacità per un detenuto di creare a mano strisce di tessuto jeans.

Numerosi dubbi nei quasi due anni che ci separano dalla morte di Niki Aprile Gatti non hanno ancora trovato chiare risposte. E ad essi i giudici competenti non hanno finora ritenuto di doverne dare. Inserendo Niki, la sua storia e la sua morte in quel vastissimo spazio che così spesso chiamiamo "Misteri d'Italia".





Il blog di Ornella, madre di Niki Aprile Gatti, si trova qui: http://nikiaprilegatti.blogspot.com

"Soldi sporchi a Solidarnosc" - Introduzione

I soldi della Mafia riciclati nel Banco Ambrosiano finanziarono il sindacato polacco che aveva Papa Wojtyla come punto di riferimento

di Enzo della Croce - 12 Giugno 2012
Uno dei capitoli più controversi del papato di Giovanni Paolo II contro il blocco comunista è quello dei ingenti finanziamenti segreti fatti arrivare al sindacato polacco Solidarnosc, nato in Polonia nel settembre del 1980 in seguito agli scioperi nei cantieri navali di Danzica guidato da Lech Walesa che, già alla fine del 1981 contava nove milioni di iscritti.

Attraverso scioperi, contestazioni ed altre forme di dissenso politico e sociali, il movimento mira alla destabilizzazione ed allo smantellamento del monopolio del partito unico di governo.

Wojtyla è figura chiave del sindacato polacco che, per poter raggiungere il proprio scopo, cioè sponsorizzare una rivoluzione i cui obiettivi vanno andavano al di la dei confini della Polonia, ha bisogno di soldi, di cospicui capitali.

Nelle scelte e nell'azione della Chiesa romana guidata dall'ex arcivescovo di Cracovia si moltiplicano le zone d'ombra e si parla addirittura, con documenti e testimonianze alla mano, di soldi della mafia impiegati per la battaglia contro il comunismo. 

Dietro tutto questo c'è un uomo, ormai ai posteri come il più spregiudicato banchiere della Chiesa: Paul Casimir Marcinkus, americano, tasso di spiritualità pari a meno di zero, amico di Roberto Calvi (il banchiere di Dio), molto vicino a Giovanni Paolo II.

Una storia che si consumerà in tre anni (1980 - 1983) in cui accadrà di tutto; cercherò di raccontare questo arco di tempo in più articoli nel tentativo di non distogliere l'attenzione del lettore e rendere, per quanto è possibile, chiarezza su quanto accaduto in questo lasso di tempo riguardo questa triste vicenda.

Zingaropoli? E’ istigazione all’odio

La Lega e il Pdl sono stati condannati per istigazione al razzismo


di Gad Lerner - 13 Giugno 2012 - http://www.gadlerner.it/2012/06/13/zingaropoli-e-istigazione-allodio.html


 Lo rivela Gian Antonio Stella sulla sua rubrica del Corriere della Sera di oggi mercoledì 13 giugno, raccontando come i due partiti che sostenevano la giunta Moratti sono stati puniti da un tribunale per l’espressione “Zingaropoli”, probabilmente la prima contro due formazioni politiche italiane.
Emerge con chiarezza la valenza gravemente offensiva e umiliante di tale espressione («zingaropoli ») che ha l’effetto non solo di violare la dignità dei gruppi etnici sinti e rom,ma altresì di favorire un clima intimidatorio e ostile nei loro confronti
Lega e Pdl puntarono tutto sul messaggio anti stranieri nella campagna elettorali delle comunali milanesi dell’anno scorso. Il centrodestra tuonò contro la presunta invasione di rom che sarebbe avvenuta nel caso di una vittoria di Giuliano Pisapia. La Lega ricoprì la città di manifesti su “Milano zingaropoli con Pisapia”. Berlusconi invece lanciò un appello affinché Milano alla vigilia dell’Expo 2015 non diventasse «una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom assediata dagli stranieri…». Una sentenza li ha condannati perché questi messaggi contrastano con le leggi contro il razzismo. Berlusconi e Bossi non possono essere puniti perché, come racconta Stella, le opinioni di due parlamentari sono protette dall’immunità. “Ma i manifesti affissi sui muri milanesi, però, non godevano di questa guarentigia. E neppure il sito web del Pdl che riprese e pubblicò l’invettiva di Berlusconi”.
Come racconta Gian Antonio Stella,
Ed è proprio contro quelli che l’associazione per i diritti civili delle minoranze «Naga», evitando conflitti col Parlamento che sarebbero andati (come sempre) a vuoto, presentò una denuncia per discriminazione razziale. Lo scontro, in realtà, avrebbe potuto chiudersi senza un verdetto: bastava cheMatteo Salvini per la Lega e Carlo Masseroli per il Pdl leggessero in Consiglio comunale una dichiarazione concordata ammettendo di avere esagerato nella polemica elettorale e riconoscendo «il valore sociale ed etico» del rapporto del Commissario europeo Thomas Hammarberg «nei passaggi in cui, a seguito della visita in Italia », aveva «evidenziato nella propria relazione, con riferimento alle ultime elezioni comunali milanesi, di essere rimasto scioccato dalla presenza di manifesti sui muri e sui veicoli che segnalavano il rischio che la città potesse trasformarsi in una zingaropoli ». Tanto più che secondo lui «questi tipi di messaggi incidono direttamente sui diritti dei Rom e Sinti, nonché sulla loro integrazione ». Il leghista e il berlusconiano, raggiunta l’intesa, avevano però letto le parole concordate stravolgendole con incisi e risatine e sottintesi tali, secondo gli anti-razzisti e anche secondo il giudice, da svuotare il loro significato. Al punto che l’avvocato Pietro Massarotto, presidente del Naga, ha chiesto che il processo andasse avanti. Fino alla storica sentenza di condanna.
Zingaropoli, come rimarca Stella, non era solo battaglia politica, ma istigazione all’odio.

domenica 10 giugno 2012

Sanità choc: l'Asl Bari pagava i «pacemaker» fino al 90% in più



Tratto dalla Gazzetta del Mezzogiorno - 10 Giugno 2012
di NICOLA PEPE 

In un periodo in cui le famiglie non hanno soldi perpagare la tassa più odiata, e nel bel mezzo di una (ennesima) bufera giudiziaria che ha investito uno dei settori della sanità pugliese, scoprire che fino a poco tempo fa si buttavano quasi i soldi dalla finestra pagando dallo stesso fornitore un pacemaker a un costo maggiorato del 60-70 per cento, fa davvero rabbia. Se a Foggia per un taglia-aghi, grazie alla presunta complicità di funzionari compiacenti, il sistema pubblico pagava fino a qualche centinaia di volte in più, a Bari in poche ore la Asl è riuscita a interrompere un vero e proprio sistema che drenava più soldi del necessario. Meglio tardi che mai e, soprattutto, senza fare ricorso a super esperti per la «spending review»: solo un po’ di buonsenso. 
sanità

La certezza è che la gara (la prima) appena conclusa per l’acquisto di pacemaker, defibrillatori ed elettrocateteri, si è conclusa con un risultato sorprendente: le stesse aziende medicali che fino a ieri vendevano forniture al sistema pubblico, ora offrono gli stessi prodotti a un prezzo di gran lunga inferiore. Basta scorrere l’elenco dei 27 lotti di cui si componeva la procedura da 27 milioni di euro a base d’asta avviata dalla Asl di Bari. Tale ultima cifra è frutto di una media dei prezzi di acquisto dei prodotti dalla stessa Asl al costo di «listino». Per intenderci, acquistare dal «listino» significa rivolgersi direttamente al fornitore e pagare il prezzo da lui stesso indicato, sia pure con qualche ribasso. Tutto ciò ora non è possibile non solo perchè la Regione lo impedisce. Ma anche perché da poco meno di un anno alla Asl di Bari - guidata da Domenico Colasanto - sono cambiate un po’ di cose.

La procedura che consentirà un sensibile risparmio alle casse dell’azienda sanitaria è stata curata da un giovane funzionario che fa parte di quel plotone di ex stabilizzati destinato ad andar via tra qualche settimana. La gara si è svolta secondo il sistema dell’offerta economicamente vantaggiosa e non del massimo ribasso: ciò significa che è stata data maggiore importanza alla qualità dell’offerta tecnica relativa a ciascun singolo prodotto e non, a quella economica che assicurava un minore punteggio.

Il risultato è stato clamoroso. Pur di accaparrarsi la gara (biennale) le 12 aziende partecipanti hanno proposto ribassi da capogiro che hanno raggiunto persino il 90 per cento. Proprio così: per un «elettrocatere bipolare per stimolazione temporanea d’urgenza» è stato proposto un costo singolo di 89 euro rispetto ai 600 del prezzo di «listino».

Ma le sorprese non sono finite qui. Leggendo l’elenco dei materiali messi a base d’asta e confrontando l’esito della gara, si scopre altro. Per esempio, il «pacemaker monocamerale SSI multiprogrammabile», da 2mila e 200 euro di base «scende» a 690 euro con un 68 per cento di ribasso. Sconto di poco inferiore (56%) per un «pacemaker VDD comprensivo di elettrocatere dedicato con tecnologie avanzate» che da 4mila e 600 euro passa a 2mila e 200. Ma val la pena di citare qualche altro esempio più interessante: un «defibrillatore monocamerale con stimolazione VVIR, comprensivo di elettrocatetere dedicato», da un costo di 18mila euro passa a 9mila e 250 (il 50%). Tutti prodotti per i quali l’Asl avrebbe pagato complessivamente 27 milioni in due anni e che, a conti fatti, pagherà poco più di 15 con un risparmio netto di 12 milioni in due anni (6 all’anno).

Per raccogliere i «frutti» di questo lavoro non sarà necessario attendere la «consegna» dei lavori della gara che tra aggiudicazione definitiva e tempistica contrattuale, andrà a regime tra qualche mese. Il bello sta nel fatto che con una delibera fresca di stampa firmata l’altro giorno dal direttore generale, Domenico Colasanto, su imput e proposta del direttore amministrativo, Massimo Mancini, l’Asl comunicherà nelle prossime ore alle imprese partecipanti che applicherà da subito i «nuovi» prezzi. Il principio è questo: ieri la Asl acquistava un determinato prodotto da un’impresa a un determinato costo. Se adesso questa azienda propone lo stesso prodotto a una cifra inferiore, va da sè che il nuovo prezzo da pagare sarà quello più basso. Diversamente, il mercato è aperto.

sabato 9 giugno 2012

I “Tetti Freddi Intelligenti”: dall’America all’Europa per il risparmio energetico ed il comfort termico degli edifici




Negli ultimi decenni la crescita di popolazione nelle aree urbane 
è stata una delle più significative di sempre. 
Si stima che durante l’ultimo decennio del ventesimo secolo 700 
milioni di persone si sono trasferite in aree urbane. 
Oggi metà della popolazione mondiale vive in città, mentre 
100 anni fa solo il14% e ancora nel 1950 meno del 30% della 
popolazione mondiale era urbanizzata. 
Attualmente oltre 170 città superano il milione di abitanti.
Il più visibile impatto di questo sviluppo urbano sull’ambiente 
è il suo nuovo ordinamento delle caratteristiche psicofisiche. 
Attraverso l’alterazione della natura del suolo e la generazione 
di enormi quantità di calore, le aree urbane vedono modificato il microclima e la qualità dell’aria.


Questo fenomeno tutto urbano delle “isole di calore”, che trattengono l’inquinamento atmosferico, deteriora la qualità della vita ed ha un significativo impatto socio-economico 
sulla popolazione delle città. 
L’aumentare delle temperature nelle zone urbane, 5°C ed oltre, innalza prepotentemente i carichi di raffreddamento degli edifici, aumentando i picchi di richiesta di elettricità e diminuendo 
l’efficienza dei condizionatori d’aria. 
Parallelamente queste superiori temperature urbane riducono considerevolmente la potenza di raffreddamento della naturale ventilazione notturna e incrementano il livello dell’inquinamento.
Parte importante di questo fenomeno delle “isole di calore” sono i tetti e manti stradali che si riscaldano a causa dell’irraggiamento solare e raggiungono temperature molto elevate.


Tra le tecniche più efficaci e quindi maggiormente diffuse, per il contenimento in copertura del calore e della radiazione solare incidente, emerge quella del COOL ROOF
I “tetti freschi” utilizzano materiali ad alto coefficiente di riflessione ed alta emissività. 
Questi così si riscaldano poco sotto il sole e migliorano l’efficienza energetica degli edifici.
In estate i cool roof fanno registrare un risparmio energetico giornaliero per il condizionamento dell’aria dal 10 al 30%.


Oltre ai notevoli vantaggi di natura economica sulle spese individuali del condizionamento estivo, da non sottovalutare e porre in secondo piano:

  •  Il maggiore benessere all’interno degli edifici;
  •  Minore degrado chimico-fisico dei materiali della struttura di copertura (isolanti, impermeabilizzanti) e conseguente minor rilascio di eventuali inquinanti;
  • Minore riscaldamento dell’ambiente urbano circostante (isola di calore) e riduzione del rilascio di anidride carbonica.


Un volano per la crescita economica ed il miglioramento della vita quotidiana di ognuno di noi.


Enzo della Croce
09 Giugno 2012







venerdì 8 giugno 2012

Caro Renzi, gli ideali non hanno età

di Paolo Flores d'Arcais | 15 maggio 2012 - Il Fatto Quotidiano



Matteo Renzi, in polemica con un accenno contenuto in un mio editoriale su “Il Fatto” del 10 maggio (“se non vi levate di torno (voi e tutta la nomenklatura dei burocrati grandi e piccoli, allevati come “polli in batteria” nelle manovre di corridoio e nelle stanze dei bottoni, compresi gli infiniti “giovani” nati vecchi, alla Renzi e Civati) sarà un esodo biblico verso il Movimento 5 stelle”), ha trovato quale unico argomento di risposta che “quando Flores d’Arcais veniva espulso dalla Fgci io ancora andavo all’asilo”. La risposta, riportata dal sito "Dagospia", mi è sembrata di tale profondità e caratura razionale, da indurmi a mandare tramite Dagospia la seguente replica:
      “E’ vero, nato nel 1944, io sono un vecchio (da tre anni ho lo sconto al cinema) che per passione civile e coerenza di ideali è rimasto giovane, Matteo Renzi è invece un giovane nato vecchio, perché cresciuto fin da tenera età nella nomenklatura della casta partitocratica. Ed è perfino incapace di scrivere due righe di polemica senza inciampare in un errore marchiano: nel 1963, quando io fui espulso dal Pci, Renzi non era affatto “all’asilo ma ancora «in mente Dei». Il buon Dio avrebbe creato ex nihilo l’anima irripetibile di Matteo Renzi solo undici anni dopo, al momento del suo concepimento”.
Valutare le persone secondo l’età anagrafica  è particolarmente stupido. Il presidente Napolitano merita critiche molto aspre, ma non certo per la sua età, visto che due suoi predecessori di analoga età, Pertini e Scalfaro, hanno meritato invece grandi elogi, e che il peggior presidente della repubblica, Cossiga, è stato anche il più giovane.